Gli anni al contrario di Nadia Terranova

Gertrude Stein definì “generazione perduta” quella nata tra le due guerre del secolo scorso. Se dovessi definire la generazione che precede la mia, quella dei nostri genitori, per me è una generazione che ha perso.

Perso, perché tutti i loro sogni, le loro lotte e le passioni infuocate di un mondo diverso che sembrava possibile si sono sgretolati contro il muro impenetrabile dell’ordine borghese.

Gli anni al contrario è un affresco dolce e amaro sulle illusioni e le utopie che sono stati ideali di tanti giovani di quegli anni, reduci di un ’68 carico di promesse e proiettati verso la rivoluzione che mai c’è stata.

In un documentario sulla contestazione giovanile realizzato dalla Rai nel ‘68 si vede un giovane riassumere in una frase quella che era la volontà di un’intera generazione, “noi non vogliamo trovare un posto in questa società, ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”. Si può partire da qui per raccontare il romanzo di Nadia Terranova, ambientato a Messina durante gli anni della contestazione, dal 1977 alla caduta del muro di Berlino.

Giovanni è nato fuori tempo da due genitori troppo vecchi. Ripone tutti i sogni e le speranze in un avvenire rivoluzionario, che non troverà realizzazione se non in un timido atto terroristico del quale nessuno si accorge.

Figlio di uno stimato avvocato comunista e studente di filosofia, all’università conosce Aurora, figlia di un funzionario nostalgico del ventennio.

Tra i due nasce subito un sentimento che li lega profondamente e in poco tempo aspettano un bambino. La vita è impietosa e chiede subito il suo tributo, senza lasciare spazio a quelle utopie, saranno condannati a due cammini separati ma uniti nella sofferenza.

Io credo che la premessa di questo romanzo è che nessuno si salva da solo. Perché è fin troppo facile ritrovarsi preda di se stessi e delle proprie debolezze.

La Terranova è molto brava a non cadere mai nei cliché che insidiano lo scrittore che racconta gli anni di piombo. Ho trovato la sua narrazione sempre a fuoco, molto vera e ben ritmata. E’ un libro che si legge in pochi giorni ma non per questo leggero. Ho apprezzato molto l’assenza di folklore nel racconto, niente dialettismi che vanno tanto di moda se si ambienta un romanzo in Sicilia.

Ho trovato Gli anni al contrario una piacevole lettura che mi ha arricchito, sempre vera e mai banale.

Citando Keats “la bellezza è verità” e questo libro è vera bellezza.

La Teoria del Tutto.

Il tempo è il grande padrone delle nostre vite. Un’ illusione creata dall’essere umano per misurare lo scorrere degli eventi. Il tempo è sempre stato l’ossessione di Stephen Hawking. Sua principale materia di studio e, purtroppo, condanna a morte. La teoria del tutto è un affresco che vuole diventare cinema ma supera in questo concetto di forma d’arte le sue stesse premesse. Guardando il film ho avuto la sensazione di trovarmi davanti ad un quadro del rinascimento, quella sensazione di non dare mai abbastanza tempo alle cose belle, di essere consapevole che ogni istante passato senza guardare quel quadro sia un istante perduto. E’ la storia di due vite che si sono incrociate un lontano giorno di tanti anni fa e hanno tessuto uno spartito di emozioni, lacrime e gioia che possiamo comprendere solo se abbiamo dentro di noi la consapevolezza che l’amore è la risposta alla tirannia del tempo che, impietoso, passa e ci trascina con lui. Il film è stato tratto dal romanzo Verso l’infinito di Jane Hawking, ex moglie del grande astrofisico britannico. Chi si aspettava un film sulla carriera di Stephen Hawking è rimasto forse deluso, ma questa non è la premessa della pellicola. La vera protagonista di questo film è appunto Jane Hawking, interpretata da una splendida Felicity Jones. La narrazione aleggia nei ricordi, gli anni di Cambridge, l’incontro con un giovane e brillante Stephen e l’inevitabile amore. Poi la malattia di lui, il coraggio di accettarla e la sfida sfacciata alla diagnosi impietosa dei medici. La costruzione di una famiglia insieme, con un uomo devastato dal morbo che lo renderà paralizzato per sempre sulla sedia a rotelle, incapace persino di parlare. Ma nella sua mente lui è vivo più che mai e il suo lavoro, la sua ricerca della risposta ai misteri dell’universo non si ferma. Quello che possiamo imparare da una persona come Stephen Hawking è che la nostra mente è in grado di viaggiare nei meandri dell’infinito, il corpo è solo una limitazione della materia. Ho trovato davvero pregevole la scelta della fotografia, una tenue vividezza sfocata, come se le scene aleggiassero nella nebbia, perfetta per enfatizzare una narrazione che è frutto dei ricordi di Jane. James Marsh ha firmato una regia priva di sbavature, impreziosita dal montaggio elegante. La scena finale dove si torna al principio è stata a mio avviso una scelta stilistica precisa che vuole enfatizzare ancor di più il concetto di “tempo” in veste di antagonista principale del film. E veniamo a Eddie Redmayne, questo giovane attore inglese ha, secondo me, trovato la sua consacrazione con questo ruolo drammatico. Impersonando Stephen Hawking mi ha emozionato e toccato nel profondo. Ha passato sei mesi a stretto contatto con pazienti affetti da SLA per entrare totalmente nel ruolo. E direi che ci è riuscito alla perfezione. Quando sorrideva io sorridevo e quando soffriva piangevo con lui. Un’ interpretazione straordinaria che gli è valsa il Golden Globe per il miglior attore protagonista in un ruolo drammatico. Gli addetti ai lavori sanno che il Golden Globe è l’anticamera del premio Oscar e non mi stupirei di vederlo con la statuetta in mano. Io faccio il tifo per lui. Ma ancora di più faccio il tifo per Felicity Jones, non mi stancherò mai di ripetere che la sua fragile umanità ha regalato una straordinaria interpretazione, non voglio fare paragoni con altre grandi attrici del cinema ma questa ragazza è senza dubbio un artista di alto livello. Concludendo, se non avete ancora visto il film vi consiglio di farlo al più presto. Non è solo l’ennesima pellicola da aggiungere alla collezione ma un’intensa lezione di vita. Perché da un uomo come Stephen Hawking, dalla sua storia e soprattutto dalla forza e dal coraggio di Jane Hawking possiamo imparare che, citando William Hernest Henley,“non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi sia la vita. Son io il signore del mio destino, son io il capitano dell’anima mia”. Chi di noi non si sarebbe alzato in piedi sul banco per dedicare al professor Hawking un appassionato Capitano mio Capitano? Io su quel banco sono sempre in piedi.

American Sniper è un occasione persa

Ciò che mi interessa più di ogni altra cosa nel lavoro e nella vita è la ricerca della verità. Questo percorso mi spinge ancora a dirigere film”.

Comincio questo articolo con una famosa citazione di Clint Eastwood, regista di American Sniper, pellicola campione di incassi negli States e in tutta Europa. Sono 6 le nomination agli Oscar, tra le quali miglior film, miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura non originale.

La pellicola ha ricevuto migliaia di critiche, sia positive sia negative. Il tema trattato, la guerra preventiva al terrorismo, fa discutere e certamente divide.

E così fa il film, divide.

Le critiche più forti sono arrivate dall’attore Seth Rogen, che ha paragonato American Sniper ad un film di propaganda nazista, e da Michael Moore, regista e documentarista statunitense.

Quest’ultimo ha dichiarato che i cecchini non possono essere eroi, smentendosi poi tramite un lungo post sui social network in cui ha spiegato di riferirsi all’assassino di Martin Luther King.

Se gli artisti possono permettersi stroncature così ardite, lasciandosi forse trascinare dall’emotività, questo non può fare il critico, che deve giudicare il film da un punto di vista più distaccato.

American Sniper vuole raccontare una storia. La storia di Chris Kyle, tiratore scelto dei corpi speciali americani, partito volontario per la guerra in Iraq del 2003 e mai più veramente tornato a casa.

Kyle è un personaggio controverso e sicuramente molto lontano dalla cultura europea. Per gli americani è un eroe di guerra, noi fortunatamente abbiamo superato la passione per gli eroi di guerra dopo il secondo conflitto mondiale. Il difficile reinserimento nella società Kyle lo racconta nel suo libro, una biografia dalla quale Eastwood ha ricavato la pellicola. E proprio su questo voglio riflettere. American Sniper è un occasione persa. La storia di Chris Kyle è gigantesca e piena di sfumature ma non è stata raccontata. Egli stesso nella sua biografia ammise di aver avuto dipendenza dall’alcol, da ubriaco ha fatto un incidente con il suo fuoristrada ed in un’altra occasione è stato arrestato. Una notte si è svegliato in preda agli incubi ed ha quasi spezzato il braccio di sua moglie. Era un uomo instabile protagonista di numerose risse nei bar e sempre pronto a ricorrere alla violenza.

Questo è il personaggio che parte dell’America reputa un eroe e che Eastwood non ha raccontato, questa è l’occasione persa di un grande cineasta che aveva come scopo quello della ricerca della verità.

Si è scritto che American Sniper è un film fascista. Altri hanno scritto che è propaganda e altri ancora che si tratta semplicemente di un biopic. Non è niente di tutto questo.

E’ l’opera di un regista che ha voluto provare a raccontare una storia ma non ci è riuscito.

Non è il miglior Eastwood che ho potuto ammirare alla regia. Le sequenze di battaglia sono fin troppo modellate al fine di avvincere nei momenti in cui la realtà esigerebbe il suo tributo. L’improbabile sfida tra i due cecchini, cosa che non è mai accaduta nei fatti, ricorda troppo i film western tanto cari al regista.

Bradley Cooper è stato senza dubbio bravissimo nel ruolo di Kyle, perfetto in ogni sequenza e umano, per quanto potesse trasmettere umanità da un uomo in grado di freddare donne e bambini.

In questo Eastwood è sempre bravo nel lavoro sugli attori, riesce a trasformare la fisicità portandola a livelli di concentrazione scenica altissimi. Sicuramente Cooper merita la statuetta per il miglior attore protagonista.

American Sniper può essere letto in due modi. Se davvero è una pesante autocritica sulla guerra imperialista americana credo difficilmente possa colpire le coscienze di chi dovrebbe coglierla.

Se invece l’intenzione era di produrre una propaganda conservatrice allora Eastwood è riuscito nel suo intento, consacrando un assassino e sdoganando la morte come risposta alla violenza.

E allora forse si, è un film fascista.

Lo stesso peso del fumo.

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A pensarci bene siamo evanescenti.

Ci muoviamo nel tempo e nello spazio con la sola funzione di scomparire.

Spesso molti di noi non lasciano niente del loro passaggio. Ci scontriamo e facciamo sesso per avere la sensazione di poter essere eterni, di poterci fermare.

Le conseguenze dei nostri atti sono misere, abbiamo lo stesso peso del fumo di una candela. Quello che diciamo viene dimenticato. Quello che scriviamo cancellato.

Ma sappiamo dare un senso a questo nulla. Lo arrediamo di perdite di tempo.

L’amore è la più bella perdita di tempo che conosciamo.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge.

“Dai un appuntamento ad una ragazza che legge. Dai un appuntamento ad una ragazza che spende il suo denaro in libri anziché in vestiti. Lei ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi libri. Dai un appuntamento ad una ragazza che ha una lista di libri che vuole leggere, che ha la tessera della biblioteca da quando aveva dodici anni.

Trova una… ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro ancora da leggere nella sua borsa. E’ quella che guarda amorevolmente sugli scaffali di una libreria, quella che tranquillamente emette un gridolino quando trova il libro che vuole. La vedi odorare stranamente le pagine di un vecchio libro in un negozio di libri di seconda mano? Questo è il lettore. Non può resistere dall’odorare le pagine, specialmente quando sono gialle.

Lei è la ragazza che legge mentre aspetta in quel caffè sulla strada. Se dai una sbirciatina alla sua tazza, la sua panna non proprio fresca galleggia in superficie perché lei è già assorta. Persa nel mondo dell’autore. Siediti. Potrebbe darti un’occhiataccia, poichè la maggior parte delle ragazze che leggono non amano essere interrotte. Chiedile se le piace il libro.

Offrile un’altra tazza di caffè.

Falle sapere ciò che tu davvero pensi di Murakami. Vedi se sta leggendo il primo capitolo di Fellowship. Cerca di capire che se dice che ha compreso l’Ulisse di Joyce, lo sta solo dicendo perché suona intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere Alice.

E’ semplice dare un appuntamento ad una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e gli anniversari. Falle il dono delle parole, in poesia, in musica. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che tu comprendi che le parole sono amore. Capisci che lei sa la differenza che c’è fra i libri e la realtà ma che per dio, lei sta cercando di rendere la sua vita un poco simile al suo libro preferito. Se lo fa, non sarà mai colpa tua.

Ha bisogno di essere stuzzicata in qualche modo.

Mentile. Se comprende la sintassi, capirà che hai la necessità di mentirle. Oltre le parole, ci sono altre cose: motivazione, valore, sfumature, dialogo. Non sarà la fine del mondo.

Deludila. Perchè una ragazza che legge sa che il fallimento conduce sempre al culmine. Perché le ragazze come lei sanno che tutto è destinato a finire. Che tu puoi sempre scrivere un seguito. Che puoi iniziare ancora e ancora ed essere nuovamente l’eroe. Che nella vita si possono incontrare una o più persone negative.

Perché essere spaventati da tutto ciò che tu non sei? Le ragazze che leggono comprendono che le persone, come i caratteri, si evolvono. Eccetto che nella serie di Twilight.

Se trovi una ragazza che legge, tienitela stretta. Quando la trovi alle due di notte stringere un libro al petto e piangere, falle una tazza di the e abbracciala. Potresti perderla per un paio d’ore ma tornerà sempre da te. Lei parla come se i personaggi del libro fossero reali perché, per un po’, lo sono sempre.

Chiedile la mano su una mongolfiera. O durante un concerto rock. O molto casualmente la prossima volta che lei sarà malata. Mentre guardate Skype.

Le sorriderai apertamente e ti domanderai perché il tuo cuore ancora non si sia infiammato ed esploso nel petto. Scriverete la storia delle vostre vite, avrete bambini con strani nomi e gusti persino più bizzarri. Lei insegnerà ai bimbi ad amare Il Gatto e il Cappello Matto e Aslan, forse nello stesso giorno. Camminerete insieme attraverso gli inverni della vostra vecchiaia e lei reciterà Keats sottovoce , mentre tu scrollerai la neve dai tuoi stivali.

Dai un appuntamento ad una ragazza che legge perché te lo meriti. Ti meriti una ragazza che possa darti la più variopinta vita immaginabile. Se tu puoi solo darle monotonia, e ore stantie e proposte a metà, allora è meglio tu stia da solo. Se vuoi il mondo e i mondi oltre ad esso, dai un appuntamento ad una ragazza che legge.

O, ancora meglio, dai un appuntamento ad una ragazza che scrive”.

Lincoln, un film elegante.

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Il consueto appuntamento con il cinema è il mercoledì sera. Potrei raccontarvi qualcosa di misterioso e romantico, ad esempio che vedere i film a metà settimana può far bene alla circolazione. Oppure che il mercoledì aprono il sarcofago nel quale sono ibernato. In realtà è giorno di riduzione. Sono quei 2 euro e 50 che in tempi di crisi si sà, fanno comodo. Questo mercoledì sono andato a vedere Lincoln, il biopic, diretto da Spielberg, sugli ultimi anni di vita di Abraham Lincoln, 16° presidente degli stati uniti d’America. Passato alla storia per aver posto fine all’orrore della schiavitù e la vittoria dell’unione nella guerra di secessione americana.

Il film è candidato a ben 12 premi oscar, un numero sufficiente per farmi alzare il culo dal divano e appoggiarlo sulla poltrona del cinema. La sinossi è piuttosto semplice: ci troviamo in piena guerra di secessione, Lincoln è presidente con pieni poteri e cerca di far approvare il tredicesimo emendamento, il quale decreterebbe illegale la schiavitù. La trama si snoda tra le vicende della guerra, il difficile lavoro politico del suo gabinetto per ottenere i voti necessari per l’approvazione dell’emendamento e la figura di Abraham Lincoln, la sua vita privata, l’uomo insomma. Quello che mi ha colpito di più in questo film è stata la recitazione degli attori. Non che fosse in qualche modo eccelsa o migliore di altre, sono tutti grandi professionisti. E’ il modo in cui Spielberg li ha fatti recitare che è davvero interessante. Sia nei dialoghi che nella messa in scena si ha l’impressione di essere a teatro e non al cinema. Un’ eleganza espressiva davvero notevole. Daniel Day-Lewis molto probabilmente vincerà l’oscar come miglior attore protagonista. Il suo Lincoln è un uomo determinato, pratico ma anche sensibile, umano. Un uomo di stato che regge il fardello della responsabilità come se fosse un onore e non una condanna. L’intero cast ha fatto un ottimo lavoro ma vorrei conferire una menzione speciale per Sally Field, che ha interpretato la moglie del presidente, un ruolo molto difficile, tormentato, dal quale traspare tutta la bravura di un’attrice dalla grande carriera.

Spielberg mi è piaciuto molto alla regia di questo biopic. Lui è forse uno dei registi che amo di più, ma appunto per questo di solito sono sempre maggiormente critico, non tendo ad osannare ciecamente i miei preferiti come se fossi una ragazzina al primo ciclo. Se un film è brutto è brutto e lo dico. Si chiama onestà intellettuale. La scena in cui si vede di più la mano di Spielberg è sicuramente quella iniziale, dove in trenta secondi dico trenta, lui ci racconta l’atrocità e l’orrore della guerra con una sequenza di violenza gratuita e disumana che mi ha ricordato il suo Salvate il soldato Ryan. Un altro capolavoro, per dire. Non mi sbilancio nello scrivere che con Lincoln ho rivisto lo Spielberg perfetto di Shindler list.

La pellicola è tratta dal libro Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln di Doris Kearns Goodwin. Il lavoro in sceneggiatura è stato diviso in due tronconi, John Logan e Paul Webb scrissero la prima stesura del progetto, ma fu poi riscritta definitivamente da Tony Kushner. L’intento, io penso, è quello di far conoscere agli americani la propria storia, la travagliata unione e la fine della schiavitù del popolo di colore. Sappiamo tutti che in America c’è un tasso di ignoranza molto elevato, specialmente in materia di storia e diritti civili. Basti pensare che in alcuni stati vige ancora la pena di morte. Ma confido che si arriverà a cancellare anche questo orrore. Una riflessione che ho fatto durante la visione è il naturale paragone con la politica di quel tempo e la politica attuale, nella fattispecie quella italiana. Sebbene fossero di idee retrograde, erano persone che si impegnavano per gli interessi del popolo. Governo del popolo per il popolo. Qui, 150 anni dopo, abbiamo politicanti che fanno soltanto i loro interessi e, forse, sono ancora più meschini di chi, all’epoca, difendeva i diritti dei proprietari di schiavi.

Lincoln è un film che và visto, almeno prima della premiazione degli Oscar. Così potrete dire di aver visto un film prima che fosse riempito di premi e vi sentirete fighi.